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Luigi Nono e le macerie del Prometeo

Scritto in Spettri musicali


di Pasquale Pignalosa



I

I quadri si guardano con gli occhi. La musica si ascolta con le orecchie.
La musica non è fatta della materia di cui sono fatti i sogni. Ma la distanza che separa due note, il cosiddetto intervallo, anima la materia di cui è fatta la musica: il suono. E genera il dramma come forma di rappresentazione di quel mondo invisibile ma udibile dal quale siamo soggiogati da sempre.

La materia di cui sono fatti i quadri, per così dire genericamente, è vasta. Il secolo passato ci ha bellamente chiarito che si può mostrare la bellezza anche con un sacco di iuta, della plastica combusta o della spazzatura.
La bellezza è la bellezza. Cambiano solo i modi di percepirla nel corso del tempo. Perché anche gli uomini, come l'arte, rimangono uguali e fedeli a se stessi.

Le parole, si sa, male si adattano a qualsivoglia discorso sulla musica. Come il cappottino messo al cane in inverno per preservarlo dall'inclemenza del tempo. Ma la musica è un lupo e non un cane e di quel cappottino non sa che farsene.
E quella tentazione dei musicisti stessi di impreziosire le loro opere (di oggi naturalmente) con titoli simbolici o letterari o poetici quasi a voler dimostrare (a se stessi? agli ascoltatori?) che la musica è la musica, ma l'ispirazione viene da molto più lontano (o da più vicino..)?

Intermezzo

"Love is love for Beauty and to Procreate and Give Birth in Beauty" (Damien Hirst)
"Non si dovrebbe scrivere 'sulla' musica, ma 'con' la musica, e musicalmente restare complici del suo mistero". (Vladimir Jankélévitch)

II

Il popolo ascolta la musica popolare, almeno così sembra. Perché? Perché la pop music, che ha sostituito da tempo la musica popolare autoctona nel mondo globale, è semplice, si può ballare, si può usare come sottofondo a qualsiasi attività (insonorizza ambienti pubblici e supermercati, concilia il sonno, riempie stadi di persone di ogni età e va bene quando si stira, si cucina, si lavora, si viaggia in macchina, si fa sesso ecc.), si memorizza senza sforzo e senza neanche acquistare i cd (basta sintonizzarsi su una qualsiasi emittente radio commerciale).

Ma in quella parte del mondo globalizzato in cui viviamo e che, sostanzialmente, rimane la provincia italiana di sempre (internet e telefonia mobile compresi) in base a quale criterio si può dire di appartenere al popolo? È ancora una questione di reddito o di ceto o di tendenza a...? È un gusto o un modo di essere che al di là di ogni considerazione sociologica (da bar) ha invogliato l'uomo massa a farsi membro dei mille popoli dalle mille facce da indossare a seconda dell'ora e della location (il popolo del calcio, il popolo della tv, il popolo del rock il popolo delle partite Iva ecc.)?

Un tempo, non tanto remoto storicamente parlando, il popolo esisteva ed era costituito da sottoproletari, proletari e piccoli borghesi. Tutti erano accomunati dalla scarsa disponibilità economica. Lo shopping non era ancora considerato una delle belle arti (si chiamava ancora spesa) ma di lì a poco lo sarebbe diventato.

In quei tempi, antecedenti la cosiddetta morte della politica e delle ideologie, Luigi Nono (1924-1990) componeva musica di altissima caratura pensando che fosse possibile rivolgersi con quei suoni (inauditi) al popolo. Perché il popolo meritava di ascoltare degli oggetti musicali linguisticamente evoluti al di là del salario e della sopravvivenza quotidiana. La sua musica di squisito profilo politico (in tutti i sensi) coltivava il sogno che chiunque potesse amare la bellezza perché penetrare la bellezza rendeva liberi.

III

Ma le fabbriche illuminate e i ricordi di cosa ti hanno fatto ad Auschwitz raramente sostituirono e mai si affiancarono ai post geghegè o ai Satisfaction o alla rima cuore/amore dell'immortale Sanremo.
E questo è il senno di poi.

Ma anche allora, nel ventennio 1960-1970, nessuno si illudeva che un mondo diverso avrebbe avuto una musica diversa. Tranne il meraviglioso Luigi Nono che non disdegnò di esporre fisicamente la sua persona di musicista e di uomo libero in accaldati dibattiti (senza esecuzioni musicali) nelle Feste de l'Unità. Da solo, senza neanche una scrivania a dividere l'arte dal popolo.

È bello pensare che in quei momenti nascesse in lui la consapevolezza ultima che l'avrebbe portato a comporre, per chiunque volesse ascoltare ma in fin dei conti sempre gli stessi, il Prometeo ovvero quella innocente tragedia dell'ascolto che, come sempre parafrasando e citando, è una musica per tutti e per nessuno.

IV

Nelle caverne della specializzazione chi ama Luigi Nono ha riservato un posto speciale al Prometeo.

Composto nel 1984 su testo di Massimo Cacciari e la collaborazione di Renzo Piano, che ha creato una struttura lignea a forma di chiglia di nave, un'arca all'interno della quale il pubblico e gli esecutori sono (furono) realmente circondati dal suono elaborato elettronicamente dal vivo (live electron ics).

L'ascolto dal vero del Prometeo è oggi quasi impossibile nella sua interezza a causa di alcuni fattori contingenti: Luigi Nono è morto e, contrariamente a certi pittori che raggiungono ipervalutazioni di mercato dopo il decesso, è stato selvaggiamente attaccato da qualche critico in odore di destra che avanza (non in musica, ma al potere). A difendere la sua memoria e la sua opera solo la Fondazione Nono, a Venezia, per le amorevoli cure della vedova, Nuria Schoenberg (figlia dell'inventore della dodecafonia).

La chiglia-conchiglia di Renzo Piano a quanto pare giace smontata e abbandonata in un deposito o capannone che sia, non mi ricordo bene dove, con le sue tonnellate di legno pregiatissimo destinate ad ammuffire nel sonno di qualsiasi ragione.
Per motivi come sempre economici e/o di praticità alcuni frammenti della lunga opera vengono eseguiti un po' ovunque ed è pur sempre una bella cosa.

Ciò che risulta agrodolce è che proprio il compimento di una vita di artista (e che artista) abbia anticipato l'attuale voga dell'evento musicale usa e getta. Un usa e getta forzato, ovviamente. E senza diretta tivù.

V

"...è il Viandante di Nietzsche, della continua ricerca, del Prometeo di Cacciari. E il mare sul quale si va inventando, scoprendo la rotta", disse Luigi Nono a proposito della scritta "Caminantes non hay que caminos, hay que caminar" (Oh voi che camminate, che andate, non ci sono cammini, strade indicate, ma bisogna camminare) raccolta sul muro di un antico chiostro di Toledo nel 1987.

Le sue ultime partiture con esclusione de "Post-Prae-Ludium2 (1987-88): Donau"per tuba e live electronics e "Baab-arr" per ottavino - sono tessere di una sorta di progetto aperto di cui i titoli compiuti sono le "stazioni": "Caminantes... Ayacucho" per contralto, flauto, cori e orchestra (1986-87), "No hay caminos, hay que caminar... Andrej Tarkovsky" per sette cori (1987), "La lontananza Nostalgica-Futura", Madrigale a più "caminantes" con Gidon Kremer, per violino, nastro magnetico e live electronics (1988) e "Hay que caminar sognando" per due violini (1989), suo testamento sonoro e spirituale.

(...) Il gigantesco approdo fu la sintesi acustico-teatrale espressa in "Prometeo, tragedia dell'ascolto" (1984: testi vari, da Eschilo e Benjamin, coniugati da Massimo Cacciari), ma la cornice compositiva alla quale ha contribuito una nuova generazione di interpreti (da Roberto Fabbriciani a Ciro Scarponi e Alvise Vidolin) è stata ancor più impressionante ed esteticamente convincente: "Quando stanno morendo", "Diario polacco n.2" (1982), "Guai ai gelidi mostri" e "Omaggio a Gyórgy Kurtag"(1983),"A Pierre, dell'azzurro silenzio, inquietum (1985). Infine "Risonanze erranti", Liederzyklus a Massimo Cacciari (1986).
Angelo Foletto (Musica Viva, Anno XIV n.7, luglio 1990)

VI

Una poesia cara a Luigi Nono, stimolo per "Fragmente Stille An Diotima" (1979-80) non può non essere citata nella sua interezza. Chiaramente Hölderlin (1770-1843) non è un idolo delle masse.

Ma ancora una volta, liberamente, la bellezza devastante di questa breve poesia è a disposizione di chiunque la voglia contemplare. Per leggerla bastano due minuti, magari durante la pubblicità.

F. Hölderlin: Diotima

Komm und besänftige mir, die du einst
Elemente versöhntest,
Wonne der himmlischen Muse, das Chaos der Zeit,
Ordne den tobenden Kampf mit Friedenstönen des Himmels,
Bis in der sterblichen Brust sich das Entzweite vereint,
Bis der Menschen alte Natur, die ruhige, große,
Aus der gärenden Zeit mächtig und heiter sich hebt.
Kehr in die dürftigen Herzen des Volks,
lebendige Schönheit !
Kehr an den gastlichen Tisch, kehr in den Tempel zurück !
Denn Diotima lebt, wie die zarten Blüten im Winter,
Reich an eigenem Geist, sucht sie die Sonne doch auch.
Aber die Sonne des Geists, die schönere Welt, ist hinunter
Und in frostiger Nacht zanken Orkane sich nur

F. Hölderlin: Diotima

Vieni e placami questo Caos del tempo, come una volta,
Delizia della celeste musa, gli elementi hai conciliato!
Ordina la convulsa lotta coi tranquilli accordi del cielo,
Finché nel petto mortale ciò ch'è diviso si unisca,
Finché l'antica natura dell'uomo, la placida grande,
Fuor dal fermento del tempo, possente e serena si levi.
Torna nei miseri cuori del popolo, bellezza vivente,
Torna all'ospite mensa, nei templi ritorna!
Perché Diotima vive come i teneri bocci d'inverno,
Ricca del proprio spirito, pure ella cerca il sole.
Ma il sole dello spirito, il mondo felice è perito
E in glaciale notte s'azzuffano gli uragani.

Questo post risale al 12 gennaio 2009



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